Reflecting the Ego. 

by Claudio Composti

 

“The soul is our house, our eyes its windows, and our words its messengers.” 

(Kahlil Gibran)


The first selfie dates back to 1909, taken by the photographer Joseph Byron as he held a large camera in both hands. Keeping the camera extended “beyond yourself” with your arm (your own or an artificial one) is essential, the defining characteristic of a “selfie.” Otherwise, it’s a self-portrait or a reflexograph (a selfie in front of a mirror). But what drives people to share their likeness with the public? And especially, to what extent is one’s life influenced (more or less unconsciously) by sharing narcissistic content, an investment in one’s ego that enlarges it to the detriment of relations with others, who thus become important only if “useful” for affirming one’s own value and not for having authentic, personal relationships? Strangers become a voyeuristic audience that nourishes the Ego, becoming part of one’s exhibited intimacy, without shame, without requesting the minimum effort that every real relationship requires. Everything is possible on social networks: everyone can manipulate their likeness/identity, modify their features with digital apps and appear any way they want. The obsession with fitness makes the body an object of shared desire.

The photographic blur that Gabriele Corni creates in the images taken from real Instagram profiles thwarts this exhibitionistic effect and triggers a short circuit, needed to glimpse a person behind a pose in which seduction is a weapon used to define one’s self. In the selfie, the elimination of distance between I and You (subject and object) remains constant and unbridgeable, recalling the symbology of Narcissus and finding in the desire of others the acceptance that eludes those who “show off” so obsessively.

Lo specchio dell’Ego.

di Claudio Composti

 

“L’anima è la nostra dimora; i nostri occhi sono le sue finestre, e le nostre parole i suoi messaggeri.”  (Kahlil Gibran)

Il primo selfie della storia risale al 1909 scattato dal fotografo Joseph Byron mentre tiene una grossa fotocamera con le due mani. Gesto fondamentale il tenere la fotocamera a distanza con il braccio (proprio o artificiale) proteso “fuori da sé”, discriminante per definire una fotografia come “selfie”. Altrimenti, si parla di autoritratto o riflessogramma (autoscatto davanti ad uno specchio). Ma cosa spinge a condividere pubblicamente la propria immagine? Ma soprattutto, quanto la propria esistenza è influenzata, più o meno inconsciamente, dall’avere dei contenuti da condividere con un investimento narcisistico sul proprio Io, per ingrandirlo a discapito delle relazioni con le altre persone, che diventano significative solo se “utili” per affermare il proprio valore e non per avere un rapporto umano e interpersonale autentico con loro? Persone estranee diventano il pubblico voyeurista che nutre l’Ego, entrando a far parte della propria intimità esibita, senza pudore, senza richiedere quel minimo sforzo che ogni relazione reale comporta. Tutto è possibile sui social, ognuno può manipolare la propria immagine/identità, modificare i propri tratti somatici con applicazioni digitali e mostrarsi come desidera apparire. L’ossessione per la forma fisica rende il proprio corpo oggetto del desiderio comune.

 

Il mosso fotografico creato da Gabriele Corni nelle immagini prese da veri profili instagram vanifica l’effetto esibizionista e innesca un cortocircuito, necessario per intra-vedere una persona dietro quella posa, in cui la seduzione diventa un’arma per definirsi. Nell’autoritratto digitale la mancata distanza tra Io e Tu (soggetto e oggetto) si mantiene costante e incolmabile e richiama la simbologia di Narciso. E trova nel desiderio altrui quella forma di accettazione che invece sfugge a chi si mostra così ossessivamente.

In his first essay on the subject (1914), Sigmund Freud divided narcissism into primary and secondary. In primary narcissism, gratification is still autoerotic – the autoeroticism that characterizes this specific form of digital narcissism shared on the web (in some ways similar to egosurfing), i.e., an excessive personality cult, obsessed with appearing and showing one’s writing, photos, videos, and messages. A sociological phenomenon that Joan Fontcuberta defines as “… a myriad of reality shows on a personal scale…in which our society of images… feels as much need and pleasure in looking at itself as it does in sharing this look. Mirrors and cameras define the panoptic nature…of our society…everything is inclined to an absolute vision and everyone is ruled by the pleasure of looking” (excerpt from “The Fury of the Images. Notes on Postphotography, p. 91).

 

The screen becomes a stage, in a play of mirrors that hide the Ego behind erotic, sensuous poses that are “improved” to sell an image of one’s self, in the etymological sense of imago, phantasm, and thus false. The act of showing yourself to a stranger, with a selfie, or reflected in a mirror or photographed by a lover, reflects a narcissistic ego. To be searched for, sought after, nourished by the looks of others. The pleasure derived from one’s own image is excessive, filtered by indiscrete eyes. The false self remains on the surface, shown to the world, as opposed to the real self, which hides behind the image. This mechanism is exaggerated on the web: if no one sees me I don’t exist. But we’re at the mercy of that unidentified look, which feeds that image but is also ready to destroy it, especially if we’re unaware that we’re also sacrificing our privacy.

Sigmund Freud divise i concetti di narcisismo in primario e secondario nel suo primo saggio sul tema, nel 1914. Nella fase del narcisismo primario, l'appagamento è ancora autoerotico. Quell’auto-erotismo che caratterizza questa particolare forma di narcisismo digitale condiviso sul web, simile per certi aspetti all'ego-surfing, ossia uno smoderato culto della personalità, dell'apparire e di esibirsi con i propri scritti, foto, video e messaggi. Un fenomeno sociologico, come lo definisce Joan Fontcuberta “…una miriade di reality show su scala individuale…in cui la nostra civiltà dell’immagine…sente la necessità e il gusto di guardarsi quanto il gusto di condividere questo sguardo. Gli specchi e le macchine fotografiche passano a definire il carattere panottico…della nostra società…tutto si offre in una visione assoluta e siamo tutti guidati dal piacere di guardare”. (estratto da “La furia delle immagini. Note sulla postfotografia” pg. 91).

 

Lo schermo diventa così un palco, in un gioco di specchi che nascondono l’IO profondo dietro pose erotiche, sensuali, messi al “meglio” per vendere di sè una immagine appunto, nel senso etimologico di imago, fantasma, quindi non reale. Il gesto stesso di mostrarsi a qualcuno sconosciuto, con un selfie,  riflessi in uno specchio o fotografati da un amante, riflette un IO narcisista. Da Scrutare. Cercare. Alimentare, attraverso proprio lo sguardo altrui. C’è un compiacimento della propria immagine eccessivo, filtrato da occhi indiscreti. Il falso sé resta in superficie ed è quello che si presenta al mondo, in contrasto con il sé autentico, che sta dietro quell’immagine. Su internet, questo meccanismo si amplifica: se l'altro non mi vede non esisto. Ma si è alla mercè di quello sguardo sconosciuto, che alimenta ma è anche pronto a distruggere quell’immagine, soprattutto se non abbiamo consapevolezza di ciò che stiamo condividendo della nostra privacy.

Wanting to be on the web is a social dynamic that hides a profound need shared by all humans: to be seen, loved, thought of. We have to heal the wounds of our soul, to think about who we really are. To work on reducing an empathetic deficit and teach these people to feel and build an emotional world. But this requires real encounters with others, relationships made not only of looks and glances but also of sounds and smells, so that their lives can reacquire a sense of the real. And to do this, they have to get out into the world, meet people, and go back to reflecting themselves in the eyes of others, if it’s true that “The soul is our house, our eyes its windows, and our words its messengers” (Kahlil Gibran).

Voler essere presenti sul web è una dinamica sociale che nasconde un bisogno molto profondo, comune a ogni essere umano: essere visto, amato e considerato. Bisogna tornare a curare le ferite dell’anima che abbiamo subito, per riuscire a rifletterci davvero, per come siamo. Lavorando sulla possibilità di modificare un deficit empatico, educando questi soggetti a sentire, a costruire un mondo emotivo. Questo passaggio non può prescindere però dall’incontro reale con l’altro, da una relazione fatta non solo di vista e di sguardi, ma anche di suoni e odori in modo che le loro vite riacquisiscano il senso perduto del reale. Per farlo però bisogna uscire nel mondo e incontrare gli altri e tornare ad imparare a specchiar-si negli occhi, se è vero che  “L’anima è la nostra dimora; i nostri occhi sono le sue finestre, e le nostre parole i suoi messaggeri” (Kahlil Gibran).

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