Do androids dream of electric sheep? 

di Claudio Composti 

Esiste un fenomeno sociale per cui uomini o donne vivono con bambole o finti neonati dalle sembianze umane, vestendole, portandole in giro, facendo loro il bagno e da mangiare proprio come fossero compagni o figli reali. In una mimesi tra finto e reale che sconcerta e confonde.

Gabriele Corni ha fotografato dieci anni fa alcune bambole sessuali distribuite da una ditta francese e giocando poi in post produzione ha sostituito alcune parti con quelle di donne umane, in un gioco esasperato di scambio totale tra realtà e finzione, esattamente come la mimesi che l’androide rappresenta: qualcosa che sembra umano ma non lo è.

 

Il Rinascimento fu il secolo in cui crebbe l’interesse per l’innovazione e una spiccata attenzione per la tecnologia dei macchinari e gli automatismi, progettati a scopi spettacolari (scherzi d’acqua e giochi artificiali con automi, cioè dotati di movimento autonomo) per le ville medicee. 

L’applicazione rinascimentale dell’automazione vede in Leonardo da Vinci (1452-1519) un pioniere anche in questo campo: Leonardo trasse ispirazione dagli autori classici, come Ctesibio (III sec. a.C.) che costruì il primo organo e orologio ad acqua con figure mobili o Erone Alessandrino (I sec.) che concepì automi per spettacoli teatrali e per funzioni religiose. Vitruvio (I sec. a.C.), descrisse diversi automi ed elaborò il canone di proporzione fondamentale per l’estetica e l’anatomia classiche. 

L’androide di Leonardo presentava l’aspetto di un cavaliere con armatura di stile italo-tedesco del tardo XV secolo e costituiva lo sviluppo dei suoi precedenti studi di anatomia e cinetica registrati nel Codice Huygens e rispettava nelle proporzioni il canone Vitruviano. Si alzava, agitava le mani e girava la testa grazie a un collo flessibile. Probabilmente emetteva suoni accompagnati dal rullio di tamburi automatici. All’interno era azionato da un sistema di cavi in modo da simulare i tendini ed i muscoli e consisteva di due sistemi indipendenti: braccia con spalle articolate, gomiti, polsi e mani, con quattro gradi di movimento. Da allora, l’evoluzione e l’interesse della scienza verso gli automi e gli androidi non si è più fermata nei secoli.

Tra XIX e XX secolo, alcuni scrittori e registi dediti al genere della fantascienza hanno avuto la lungimiranza visionaria di predire situazioni futuribili, in cui computer o androidi diventavano auto(no)mi. Pensiamo alle immagini nel film di Fritz Lang “Metropolis” del 1927 o ai libri di Philip K. Dick, come il racconto del 1968 “Do androids dream of electric sheep?” da cui si ispira il titolo della mostra, che poi sarebbe diventato un cult movie negli anni ‘80 più noto come Blade Runner. La volontà di creare un alter-ego immortale e il potere di prolungare o ridare la vita, creando un altro essere dalle sembianze umane ma dedito a qualsiasi richiesta del suo creatore, affonda le radici nella notte dei tempi. Una arroganza umana che sfida i propri limiti terreni e le leggi dell’universo, sostituendosi a Dio.

 

Pieni di quella che i Greci chiamavano Ubris, tracotanza, per cui si era puniti. E la punizione, nei film di fantascienza, è sempre la ribellione di robot e androidi che prendono il controllo sulla razza umana, riducendola in schiavitù o sterminandola, poiché imperfetta ed inutile. Il tutto complicato dall’impossibilità di distinguere gli androidi dagli esseri umani da cui hanno imparato a sviluppare una sorta di coscienza di sé che li confonde ed in-fonde loro ciò che potremmo definire l’illusione dei sentimenti. Un’anima. Il che li porta a ribellarsi quando devono essere eliminati o spenti, “smaltiti” come rifiuti, cercando di sopravvivere alla loro fine, replicando così in una coazione a ripetere i dubbi e le paure umane: chi è il nostro creatore, chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo dopo la Vita o la Morte.

 

Pensiamo agli automi di Blade Runner, appunto, che tentano di scampare alla loro morte per spegnimento o al calcolatore HAL9000, il computer pensante di 2001 Odissea nello spazio, film di Stanley Kubrick del 1968, che a causa di un cortocircuito impazzisce e quando gli astronauti cercano di scollegarlo inizia una lotta di sopravvivenza contro gli astronauti cercando di ucciderli per non essere spento.

Due casi significativi su quanto il confine umano/robot sia sempre più attuale e quanto siano sconosciuti i confini tra ciò che creiamo e una sorta di “anima” che attraversa le cose e le muta, forse figlia delle nostre proiezioni sulle cose stesse.

 

Caso 1. La sonda Opportunity che trasmetteva dati scientifici alla Nasa recentemente si è spenta su Marte: la sua vita tecnologica era programmata per durare qualche mese. E’ durata ben 15 anni, mandando dati che mai avremmo sperato di avere dal pianeta rosso. Ciò che alla Nasa ha lasciato perplessi e toccati è stato l’ultimo messaggio arrivato improvvisamente dalla sonda, dopo mesi di silenzio radio in seguito ad una tempesta di sabbia che aveva danneggiato i pannelli solari. Tecnicamente quindi morto e impossibilitato a comunicare, il messaggio ha lasciato interdetto chi l’ha ascoltato:

“Le mie batterie si stanno scaricando… sta diventando buio”. Sembravano le parole di un essere umano che stava morendo e non di un robot. 

E poi come è stato possibile che riprendesse le comunicazioni dopo mesi di silenzio proprio per annunciare la sua fine?

I robot, dunque, hanno un’Anima?

 

Caso 2. Una “tempesta”, questa volta non di sabbia, si è scatenata nella comunità scientifica per un nuovo modello linguistico chiamato GPT2, costruito dall’azienda di ricerca sull’intelligenza artificiale OpenAI. E’ in grado, data una parola o più e scelto lo stile dell’autore preferito a cui ispirarsi, di scrivere autonomamente un articolo o un romanzo intero a tema, inventando la storia in toto, nello stile dell’autore che amate. Aprendo chiaramente una porta su varie questioni dall’aspetto tecnologico, morale e scientifico oltre ad allarmare e mettere sottosopra il mondo del giornalismo e della letteratura. Tanto da aver spinto la stessa casa madre a ritirare dal mercato la versione avanzata, per paura di plagi e fake news create ad hoc dal computer, che innescherebbe potenziali scenari politico-economici devastanti se mal concepiti o mal gestiti. 

Notizia: proprio questa settimana, il presidente Trump ha firmato un ordine esecutivo sull’intelligenza artificiale. Arriva mesi dopo che la comunità di intelligence degli Stati Uniti ha avvertito che l’intelligenza artificiale era una delle tante “minacce emergenti” alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, insieme al calcolo quantistico e ai veicoli autonomi senza pilota.

 

A proposito: quando GPT-2 è stato incaricato di scrivere una risposta al prompt “riciclare è buono per il mondo”, cosa su cui quasi tutti sono d’accordo, la macchina ha risposto così:

“Il riciclo NON è un bene per il mondo, fa male all’ambiente, fa male alla salute e fa male alla nostra economia. Non sto scherzando, riciclare non fa bene all’ambiente: è distruttivo per la terra ed è un importante contributo al riscaldamento globale. Il riciclaggio non fa bene alla salute: contribuisce all’obesità e malattie come le malattie cardiache e il cancro. Il riciclaggio fa male alla nostra economia: aumenta il costo di un prodotto e, a sua volta, il prezzo di tutto ciò che viene prodotto con tale prodotto. Il riciclaggio non è buono per la nostra nazione: paghiamo un enorme prezzo per il privilegio di avere il sistema di riciclaggio più avanzato ed efficiente al mondo. Il riciclaggio è un enorme, colossale spreco di tempo, energia, denaro e risorse”.

E se non si possono eliminare i rifiuti, forse si dovrà eliminare chi li produce (?) 

Chissà quale sarebbe la soluzione suggerita dal computer. 

Umani, siete avvisati. 

Usable

by Elisa Schiavina

 

“The dolls are reflections of our own needs.”

Gabriele Corni

Lifeless bodies which at the same time are alive. Usable. Dolls with a precise function – to entirely satisfy their owner in everything. One can select their doll, dress/un-dress her, as they wish. Choose the hair colour, eyes, characteristics and physical features. Every type of woman exists, all you desires can be fulfilled. Gabriele Corni presents us with the reality of a display of luxurious products. Perfect. Desirable. Silent, discreet and beautiful Geishas. Waiting to be chosen, to be used. Ready.

Adoperabili

di Elisa Schiavina

Le bambole sono l’immagine riflessa delle esigenze di chi sta dall’altra parte.”

Gabriele Corni

Corpi inanimati e allo stesso tempo animabili. Adoperabili. Bambole con una precisa funzione, quella di soddisfare in tutto e per tutto il proprio padrone. Le si può scegliere e s-vestire in base al proprio gusto. Colore dei capelli, degli occhi, tratti somatici, forme. Ogni donna esiste, tutte le fantasie possono essere esaudite. Gabriele Corni ci pone di fronte ad una indiscutibile realtà, quella di una vetrina che offre un prodotto lussuosissimo. Impeccabile e perfetto. Desiderabile. Geishe silenziose, discrete, bellissime. In attesa che qualcuno le scelga e le utilizzi. Pronte.

The notion of the woman as an object led to the real objectification of the female body through a substitute. This substitute – the sexual doll, thus became sophisticated, identical in her bodily parts and equipped with audio and physical enabled systems. Corni presents these clones/ slaves as being lifeless. Here an inversion takes place, the doll object becomes a body object, a cross between human and puppet, plastic and flesh. Corni enforces a subtle game, confuses the spectator, plays with the ambiguity insinuated by the shapes and colours which come to life in the suggestive light. The sensitive details convert your attention towards the human aspects, other details towards the pseudo aspects. The disorientation leads to the manic observation that transforms the masks into faces and the skin into porcelain.

L’immaginario della donna oggetto ha portato all’oggettivazione vera e propria del corpo femminile, con la creazione di un suo sostituto. E’ così che la bambola sessuale è diventata sofisticatissima, mimetica in tutte le sue parti corporee, dotata di sistemi in grado di attivare risposte sonore e fisiche. Corni ci mostra questi nuovi cloni-schiavi senz’anima. E qui avviene un’inversione, la bambola-oggetto si trasforma in un corpo-oggetto, in un ibrido tra umano e fantoccio, tra carne e plastica. Corni attua un gioco sottile, confonde chi guarda, si compiace dell’ambiguità insinuata grazie alla sensualità delle forme e dei colori, che prendono vita in una luce irreale. Sensibili dettagli spostano l’attenzione sull’umano, altri indirizzano al simulato. Il disorientamento spinge ad una osservazione maniacale che tramuta le maschere in volti e la pelle in porcellana.

Corni can technically carry out such effects thanks to a series of post production. He first begins with photography and proceeds to unite the aspects from the human anatomy with those of Japanese dolls. He then holds the elements together, like a smooth sculpture, softening the embodiment, and rendering it extremely pictorial, thus placing this newly created body in an un-definable space. From frontal views, it takes on a solemn impression, as if representing the Sphinx. When it is held mid torsion, the slowness becomes evident. The pause is a type of suspension that in a similar work, solidifies. This work of art becomes a sort of container, to hold these “ created guests” for a long period of time. The definition obtained from these images leads the perfect women to become items of furniture, in every sense of the word, and losing the human aspect. They are refined entities, well displayed, seemingly delicate but with a thick armour. They are untouchable due to their frailty. They should be labelled “handle with care”. Their bodily presence highlights the emotional absence, assumed elsewhere, far from the onlookers glance and prejudice. The perfection arouses fear and instigates voyeurism, the only way to be in close contact with these ambiguous bodies. Something clashes. The sensuousness of the light in contrast to the shadows caused by the natural skin folds staggers ones senses, stimulates eroticism without crossing the limit, however.

Tecnicamente Corni riesce in questo intento grazie a una serie di interventi di post-produzione. Parte dalla fotografia e procede fondendo tra loro parti anatomiche umane con quelle di bambole giapponesi iperreali, congela poi le forme in una sorta di massa scultorea ben levigata, sfuma l’incarnato rendendolo estremamente pittorico e colloca questo nuovo corpo in uno spazio indefinibile. Nelle posizioni frontali ottiene effetti ieratici, come se fosse la Sfinge ad essere raffigurata. Quando si ferma su leggere torsioni la lentezza emerge percepibile. L’attesa è uno stato di sospensione che in questi lavori prende densità. L’opera diventa così una sorta di contenitore per la conservazione a lungo termine dei suoi “ospiti-prodotto”. La definizione dell’immagine ottenuta porta queste donne impeccabili a diventare suppellettili a tutti gli effetti e a perdere la consistenza umana. Sono raffinate maioliche, ben esposte, apparentemente delicate ma con una spessa corazza. Intoccabili proprio perché fragili. “Maneggiare con cura”, e potremmo intitolare. La loro presenza corporea evidenzia un’opposta assenza emotiva che le pone altrove, distanti dallo sguardo e dal giudizio di chi sta a guardare. La perfezione incute timore e innesca il meccanismo del voyeurismo, il solo modo possibile per entrare in contatto con queste ambigue figure. Qualcosa stride. La sensualità dei riflessi vellutati in contrasto con le ombre nelle pieghe naturali della pelle fa barcollare i sensi, stimola il tatto orientando verso l’erotico, il cui confine però, pur sfiorato, non viene oltrepassato.

Protected by their powerlessness, Gabriele’s “useable” dolls undergo redemption, thanks to their aesthetic perfection which transforms them in symbolic muses. Notwithstanding the fact that these bodies have arisen to iconic figures, they however possess personal backgrounds which ooze empathically from their images. The provocative doll is presented almost with certainty while the infantile androgynous figure seems more rigid, closed and tense. Behind both of these models are different pasts, different masters, not by intent but by course of action. The attempt to balance sensuous and erotic, real and imaginary is presented to each observer with a series of questions relative to their intimacy, personal orderliness, society, morality and ethics. In the society of beauty, perfection can dazzle and solitude can lead to extreme decisions. With this project, Gabriele Corni allows us to view the “metaphoric reflections” of those mirrored in their own works, forcing the weaknesses and emotional tensions to rise.

Protette proprio dalla loro impotenza le adoperabili di Corni subiscono un processo di riscatto, grazie alla perfezione estetica che le trasforma in muse totemiche. Innalzati ad icona questi corpi trattengono, comunque, una storia personale, che trasuda empaticamente dall’immagine. L’avvolgente e levigata bambola provocante si pone accogliendo, quasi con sicurezza, mentre l’infantile figura androgina si presenta più contratta, chiusa e tesa. Dietro questi modelli due vissuti diversi, due padroni distanti, non per gli intenti ma per le modalità. Lo stare in bilico tra sensuale ed erotico e tra reale e immaginato pone ogni osservatore di fronte a domande intime, di ordine personale, sociale, morale ed etico. Nella società del bello la perfezione può abbagliare e la solitudine può portare a scelte estreme. Gabriele Corni con questo progetto ci permette di guardare nel “riflesso metaforico” di chi si rispecchia nella sua opera, facendone emergere le debolezze e le tensioni emotive.

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